Durante le due settimane, comunque, ho avuto il tempo di andare a Roma a trovare Betta di mammenellarete, lo ricordate, la mia supereditor, e così ho mollato per qualche ora il pupo, ormai guarito, ai nonni, per fare il viaggio della speranza e conoscere coloro che permettendomi di dare sfogo alla mia creatività, faranno si che io mi renda ridicola agli occhi dell’italia dotata di un pc e di un satellite. Poteva essere facile arrivare a Roma…e infatti lo è stato. Aspettato treno, montata su treno, seduta su treno, iniziano le telefonate a pezzi e bocconi dentro e fuori le gallerie sul tema “dove sei, come va il viaggio” di Betta, che conoscendomi era preoccupata che avessi imbroccato il treno giusto e non stessi viaggiando inconsapevole per Lugano. Ma ce l’ho fatta. Il problema è stato dopo. Fermata: SAN PIETRO. Obiettivo: BETTA. Percorso: PRENDERE LA METRO FINO A SAN GIOVANNI E POI L’AUTOBUS 360 FINO A VIA LATINA. Per me? UNO SCHERZO. Infatti scendo alla stazione Roma San Pietro. Ma ‘ndo cazzo è la Metropolitana? Penso di andarlo a chiedere a Ratzinger, mi incammino e mi ritrovo a San Pietro, e ben presto vengo risucchiata da un’orda di ferventi pellegrini, che guardano estasiati Ratzinger che parla al maxischermo, non c’è audio, sarà un raduno di sordi che gli leggono le labbra, giunti forse da Santiago DeCompostela, un orda con cappellino con visiera arancione che mi ingloba..in un attimo mi ritrovo a cantare “ALLELUIA…ALLELUIA..” Poi mi schiaffeggio e ricordo, nel fervore mistico, che ero venuta a Roma per uno scopo più terreno. Saluto i miei nuovi amici e chiedo a un vigile dov’è la metro: la, dietro quell’arco. Ma dietro l’arco non c’è. Ci sono i cessi pubblici. Utili, ma non al mio scopo. Percorro un interminabile via a piedi, dopo 20 mnuti perdo la speranza e torno indietro…tornata all’arco chiedo: “Dov’è la metro?” ” Vede quegli alberi laggiù? Li!”. Inforco un binocolo di precisione e distinguo degli arbusti ad una distanza di circa dieci km. Li percorro (era la strada che avevo già fatto, ma sono tornata indietro a 5 passi dall’obiettivo che avevo quasi raggiunto). Ok, sono in metro. Arrivo a San Giovanni. Dice Betta: “Prendi il bus 360, accanto alla COIN”. Facile, penso. Ma siamo a Roma, dove un incrocio è fatto non da due strade, ma da tre o quattro, con isole pedonali, stradette secondarie, enormi palazzi barocchi e soprattutto, trecento fermate di autobus davanti a ognuno di questi. Giro come una trottola e alla fine lo trovo. Ovvio, l’autobus è l’unico che non passa: passano carrozze con cavalli, il circo medrano col suo carrozzone, una limo verde smeraldo, ma non il mio autobus…nel frattempo faccio amicizia con una che mi racconta la sua vita, poi l’autobus arriva. Dove devo scendere? Dopo 10 minuti vedo Betta che mi aspetta alla fermata, prendo a testate la porta dell’autobus perchènon avevo suonato e scendo, dopo aver mollato un pugno alla tizia che voleva continuare a chiacchierare. SONO SALVA. E che dire del ritorno??? Per riuscire a prendere il treno delle 16:30 decido di partire da Roma Termini. Arrivata con la metro, mi ritrovo dentro quella che più che una stazione, sembra il casinò di Las Vegas: c’è di tutto. E su più piani. Inizio a correre perchè capisco che per me sarà un’ottima occasione per perdermi…percorro kilometri..attraverso negozi, librerie, un kebab, investo carrelli della spesa, compro un gatorade, mi smerrisco mentalmente per trovare il binario…perchè ovviamente il mio treno poteva partire dal binario 1? No, dal 29. Corro, corro, invece che al binario mi ritrovo in un negozio di valigie. Decido di chiedergli un lavoro, per mantenermi durante il periodo in cui cercherò il binario per tornare a casa. Ragazze, vedo le indicazioni per il binario 29. Corro, ma la freccia che lo indica continua a indicarlo per circa mezz’ora. Avrò camminato 40 minuti, senza esagerare, per arrivarci. Ma è troppo tardi. Il prossimo treno? Dopo un’ora e mezza. Mi chiedo..attendo in stazione? No, vado a fare un giro a Roma…poi ripenso alla stazione. Attendo qui. Ho paura là fuori, la città è troppo grande per un topolino di campagna. Penso a Tom Hanks nel film “The Terminal”. Mi identifico. Credo che se il mio treno non arrivasse mai, potrei tranquillamente vivere alla stazione..torno al negozio di valigie..sono assunta. Tenendo conto che davanti c’è “Poltronesofà”, ho un letto dove dormire. Il tempo di andare in bagno..ecco il treno. Bè, magari la prossima volta..

BUONGIORNO….eh si, era un bel pò di tempo. Sono di ritorno da due settimane trascorse dai nonni in Toscana e il bilancio della vacanza, che doveva essere riposante, è stato più o meno questo: siamo incappati nelle uniche due settimane di tempo di melma, fango, grandine dell’anno-chiusi in casa- e Christian ha avuto la sua terza influenza. Alla quarta le farmacie ci daranno un premio fedeltà, chissà, però vorrei non saperlo.  Questa volta la temperatura ha raggiunto i 40 e mezzo (quella del bimbo, fuori si è mantenuta sempre sotto lo zero) e oltre ad una nottata al pronto soccorso pediatrico ci è valsa quattro notti insonni da aggiungere al montepremi. Ma ne è uscito bene, e se è vero, come dice il nonno saggio, che l’influenza fa crescere i bimbi, mi ritroverò con un marcantonio di 2 metri e 80 prima che compia il secondo anno d’età. Ma veniamo al dunque. I nonnini disperati, in cerca dell’ultimo ritrovato in fatto di medicinali, ma sempre con un occhio alla conveniena, specialmente mio papà. Mio papà è un signore molto in gamba, in pensione, innamorato del nipotino, primo maschio nato in famiglia dalla nascita di mio fratello, circa 40 anni fa, quindi potete pure immaginà…uhhh…mio papà è una persona molto parca, molto risparmiosa, molto schematica. E’ uno che chiude la confezione salvafreschezza con meticolosa precisione, alla mattina mangia sempre 5 fette biscottate, non una di più, non una di meno, non importa se abbia più o meno fame, se gli regali una nuova maglietta la ripiega con cura e la mette nel suo incartino dentro il cassetto , da cui non uscirà finchè la maglia usata abitualmente non sarà lisa e trasparente..ha un cassetto pieno di pacchettini con dentro cinture, maglie, cappellini…ha un paio di zoccoli di legno da casa che quando si sono rotti ha riparato con chiodi, martello e pezzi di manico di una borsa di pelle di mia mamma. Famoso per i suoi brevetti: venerdi scorso è venuto da me a chiedermi: “vanno bene per affettare le cipolle?” Si riferiva a un paio di occhiali da piscina rossi che aveva indossato per non farsi lacrimare gli occhi, con sopra gli occhiali da vista. Un uomo, un mito, un lottatore nel nostro universo di consumismo, un estremista del vivere con poco, e anche un inventore. Fino a che non c’è il problema delle supposte. La febbre del piccolo non è passata con le goccette, non è passata con lo sciroppetto, al pronto soccorso hanno dato l’ardua sentenza: SUPPOSTE. Così il piccino avrebbe fatto la prima esperienza di questo farmaco, palestra eterna del prenderlo nel c… fin da piccini. Ecco il problema: doveva assumere 150 cc di farmaco. Una supposta era 125 cc. Responso del medico: dategliene una e un pezzettino. PANICO. E con l’altro pezzetto spuntato che dobbiamo farne? Chiede il nonno dalle braccine corte. “BUTTATELE”. TUONO E FULMINE, NON SIA MAI, SPRECO. Allora che fare? Ecco il nuovo brevetto: una mattina il nonno è sceso trionfante, con in mano i residui spuntati delle supposte avanzate…e in mano un appuntalapis….”ecco l’appuntasupposte!!!”. Io ora mi vorrei appellare a qualche azienda, qualche studio di inventori, per favore, riflettete su quest’uomo, dategli una possibilità…voi ci avete mai pensato? L’appuntasupposte, gli occhialini anticipolla…ragazzi, se non avete idee, se credete che al mondo sia già stato inventato tutto…non avete ancora conosciuto..il nonno di Agesilao. SUPERFANTANONNO.